cyberbullismo

Nei giorni scorsi, una vicenda mi ha particolarmente colpita, in quanto donna, in quanto persona con disabilità e, infine, anche in quanto appassionata di web e social media al punto da farne il fulcro della mia attività lavorativa quotidiana: l’episodio di cyberbullismo di cui è stata oggetto Beatrice “Bebe” Vio, giovane atleta simbolo (vincente!) della recente spedizione italiana alle Paralimpiadi di Rio.

“Bebe”, che, da qualche tempo (e ancor di più dopo le medaglie conquistate sia in singolare che in squadra nella scherma alle Paralimpiadi), è spesso sotto i riflettori anche per iniziative “collaterali”, è molto seguita sui vari social media e, in genere, si tratta di fan che le esprimono simpatia ed ammirazione per il suo talento sportivo e per l’energia contagiosa con la quale affronta una condizione certamente non facile. Nei giorni scorsi, però, è cambiato qualcosa: è venuta fuori una pagina Facebook (insieme ad altre con minor seguito, per la verità) zeppa d’insulti pesanti (anche a sfondo sessuale) contro l’atleta.

La quale, superato lo choc iniziale, ha deciso di non far finta di niente, denunciando l’accaduto sia alle autorità competenti (che hanno provveduto a far chiudere la pagina incriminata, come previsto dalle norme sul cyberbullismo) sia sui media, non solo per tutelare se stessa, ma anche per lanciare un messaggio a quanti (indipendentemente dal sesso e dall’eventuale disabilità) si trovano ad essere oggetto di attacchi analoghi (online e offline) e, magari, per paura o vergogna, decidono d’incassare e tacere. La “campagna per l’asociale”, andata in onda la settimana scorsa durante “E poi c’è Cattelan” su SkyUno, mi sembra la risposta più efficace, con la sua pungente ironia, agli attacchi di chi, probabilmente, non riuscendo ad avere dalla vita quanto vorrebbe (o riterrebbe di meritare), non trova modo migliore di reagire che prendersela con chi, invece, nonostante difficoltà oggettivamente gravi, ha trovato in sé e nei propri affetti la forza di reagire e andare avanti, ottenendo successi e riconoscimenti, sportivi e non.

Come Bebe e Alessandro Cattelan ribadiscono nel video, il cyberbullismo (così come il bullismo che si verifica al di fuori del web) va affrontato rovesciando la prospettiva: non è l’oggetto dello scherno dei bulli di turno a doversi sentire “in difetto”, perché sono proprio loro, i bulli, a “mancare”. Allora, glielo doniamo un neurone, come invita a fare la campagna social lanciata contestualmente al video stesso?

 

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